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Ci mancava: il Papa benedice le tasse

Per fortuna l’infallibilità del Papa vale solo per la proclamazione di nuovi dogmi. E ieri Papa Bergoglio certo non parlava ex cathedra. Perché sarebbe stato un tantino complicato per i parroci di mezzo mondo, soprattutto quello occidentale, presentarsi all’ambone per l’omelia e spiegare che le tasse, tutte, sono strumento di “giustizia” e servono per il “bene comune”.

Papa Francesco ha saputo sorprenderci in più di un’occasione e siamo ormai abituati a benedizioni di ogni tipo. Stavolta è stato il turno di imposte, tasse e fisco. Ieri in Vaticano si è palesata una delegazione dell’Agenzia delle Entrate, guidata dal direttore generale Ernesto Maria Ruffini. Direte: saranno andati a recuperare gli arretrati dell’Ici.

Invece no: le Fiamme Gialle erano lì per un’udienza col pontefice, che li ha rabboniti sulla bontà del loro operato. “Il fisco viene visto come un ‘mettere le mani in tasca alle persone’”, ha detto Bergoglio. “In realtà, la tassazione è segno di legalità e giustizia. Deve favorire la redistribuzione delle ricchezze. Tutelando la dignità dei poveri e degli ultimi, che rischiano sempre di finire schiacciati dai potenti. Il fisco, quando è giusto, è in funzione del bene comune”.

Facile parlare di tasse italiane dal Vaticano

Ora, va tutto bene. Però Bergoglio prima di convocare Ruffini&friends avrebbe dovuto forse dare un’occhiatina al sistema fiscale italiano. Perché c’è molto poco di “giusto” nel versare allo Stato un obolo (non quello di San Pietro) che viaggia intorno al 50% di ciò che si produce.

Il tutto, peraltro, senza ottenere indietro quasi nulla. Servizi, sanità, sicurezza, trasporto pubblico: niente in Italia è all’altezza del prelievo annuale sul reddito. Pensate ai bus romani che prendono fuoco. Oppure alle liste di attesa negli ospedali. O ancora al fatto che, a inizio pandemia, l’Italia s’è scoperta avere pochi posti letto in terapia intensiva, molti meno – per milione di abitanti – di quelli che invece la Germania aveva previsto per i suoi cittadini.

E se Bergoglio sapesse che nel 2021 abbiamo speso una larga parte di 8,8 miliardi di euro dei contribuenti per tenere sul divano giovani baldanzosi col reddito di cittadinanza, beh: forse più che di “redistribuzione delle ricchezze” avrebbe parlato di furto aggravato.

A cosa servono le nostre tasse?

Il fisco è spesso percepito in modo negativo se non si capisce dove e come viene speso il denaro pubblico”, ha ricordato giustamente il Papa. Ed è proprio questo il problema italiano: ovvero l’evidenza che “la raccolta fiscale” non “contribuisce a superare le disuguaglianze. A fare investimenti perché ci sia più lavoro, a garantire una buona sanità e l’istruzione per tutti”. Serve in larga parte solo a cibare un grande mostro statale sempre più vorace. Con risultati mediocri in termini di utilità economica e sociale.

Il fatto è che il Papa, volontariamente o meno non possiamo saperlo, porta avanti una teoria che gode di tanti tifosi. Sostanzialmente un’idea socialista. Ovvero la convinzione che tutte le tasse siano se non proprio belle, almeno utili per garantirci un’esistenza migliore grazie all’apparato pubblico. E più ne raccogli, meglio staranno tutti.

“Il vostro lavoro appare ingrato agli occhi di una società che mette al centro la proprietà privata come bene assoluto – ha detto Francesco agli esattori – e non riesce a subordinarla allo stile della comunione e della condivisione”.

Ecco l’inganno: ci spillano i soldi per “il bene comune”. E se non lo facciamo col sorriso ci accusano pure di essere egoisti, di non guardare “al bene di tutti” e di non apprezzare il senso della “condivisione”. Guardatevi attorno e rispondete: è davvero così? Davvero il prelievo finanzia progetti buoni e giusti? Ne elenchiamo alcuni, i più recenti: le mascherine fallate, i banchi a rotelle, il bonus monopattini. Erano soldi ben investiti?

Ci sia concesso di non apprezzare che i nostri guadagni finiscano in simili scemenze. Perché il denaro sarà anche lo sterco del diavolo. Ma non preferiamo tenerlo in tasca che affidarlo a chi – con ogni probabilità – lo spenderà male.

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