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Cosa nasconde Draghi uber alles

Draghi for ever. Qual è la password per accedere al presente? Draghi. Qual è la password per collegarsi al futuro? Draghi. Non esprimerò alcun giudizio su Mario Draghi in persona e sul suo ruolo di premier, non lo elogerò né lo criticherò. Mi limiterò solo a dire che non abbiamo altro dio fuori di lui. Per decenni abbiamo deplorato l’indole italiana di ricercare e confidare nell’Uomo della Provvidenza, ma ora ne hanno trovato uno e lo vorremmo, anzi lo vorrebbero, ovunque e per sempre: alla presidenza del consiglio, della repubblica, dell’unione europea, dell’universo. Ecce Homo, ecco lo Zar, il Cesare, Er Più.

È sempre una pessima cosa affidarsi totalmente a una sola persona, reputarlo insostituibile e ritenere che sia l’unica soluzione per salvarci. Anche perché le persone sbagliano, sono fallibili, sono mortali, non sono indistruttibili. Si può anche arrivare a concedere che sia la figura più adatta per traghettarci in questo presente, il Draghettatore; e fu sicuramente un progresso passare da un governo guidato dal nulla a un governo guidato da lui. Lo dicemmo allora, lo diciamo oggi. Ma non è possibile che un Paese non abbia un altro orizzonte, altre prospettive, altri leader, su tutte le ruote.

Cosa nasconde questa dragolatria senza alternative? Si, certo e innanzitutto, rivela la perdita di ogni fiducia nella politica, come abbiamo già scritto; la sua irrilevanza è ormai vistosa. La sfiducia si radicalizza in due opposti estremismi antipolitici: la sottomissione assoluta a Draghi, il Tecnico Taumaturgo e la ribellione a ogni potere costituito, da quello politico a quello tecnocratico, sanitario ed economico. Chi sta nel mezzo, tra questi due poli estremi, patisce la perdita di ruolo e di peso.

Ma scavando ancora sotto questa tendenza antipolitica biforcuta, che sta erodendo i consensi a tutte le forze in campo e ai loro leader, c’è qualcosa di più profondo e di più inquietante: non riusciamo più a pensare il futuro se non come la continuazione indefinita del presente. Non riusciamo più a immaginare, anche solo a immaginare, percorsi diversi, leader diversi.

Anche perché sappiamo che i margini di libertà e di indipendenza sono ridotti ormai al minimo. Poteri transpolitici e transnazionali impediscono di perseguire scenari e soluzioni che non siano quelli prestabiliti. E chi mostra di ribellarsi ad essi non va lontano e soprattutto non riesce a passare dalla sfera del dire alla sfera del fare, dell’agire di conseguenza. Finché si è in piazza, sui social o ai margini dell’opposizione, si possono sostenere le posizioni più drastiche; ma appena la prospettiva di andare al governo si fa concreta, avviene l’inevitabile mutazione.

L’esempio più vistoso è stato quello del Movimento 5Stelle, che è oggi una corrente minore del potere, una costola scombinata della sinistra, ormai ossequiosa verso l’establishment interno e internazionale. Ma un processo del genere si profila anche per gli altri populismi, e coinvolge anche la Lega e in buona parte la destra (non parliamo di Berlusconi, disposto a tutto, anche ad apprezzare i grillini, Conte e il reddito di cittadinanza pur di andare al Quirinale).

A parte l’incoerenza dei singoli, sappiamo che per governare il paese e soprattutto per non essere spazzati via dopo pochi passi, diventa inevitabile accettare quegli orizzonti prestabiliti, quelle mete prefissate, quei parametri. Realisticamente nessuno ha la forza di sottrarsi, né ha le spalle abbastanza larghe per poter sostenere poi la forza d’urto.

L’assenza di futuro, ossia di aspettative diverse nel futuro, è il segno più inquietante della perdita di libertà e democrazia, decisione e sovranità. Non sarà dittatura o regime totalitario, ma somiglia l’esito, pur in forme soft, incruente e nella parvenza di una democrazia liberale. L’alibi dell’interdipendenza tra i paesi e i sistemi socio-economici, è solo un modo più morbido e rassicurante per dire che non si può immaginare nessun tipo di indipendenza e non si può fuoruscire né dal sistema economico né dal sistema socio-politico vigente, dalle unioni e dai contesti internazionali. La variante a Draghi è il mantra “ce lo chiede l’Europa”.

Il Futuro è ormai solo la paura del covid e per il clima. E poi nulla.

La condizione generale di benessere, nonostante tutto, rende molto difficile pensare che possa esservi una rivoluzione, o qualcosa che segni uno strappo e una svolta. Il risultato è ancora quello che abbiamo detto: la perdita del futuro. È un impoverimento gigantesco anche perché fa il paio con la perdita della storia, della sua memoria e più in generale del passato. Abbiamo perso ogni termine di paragone con mondi passati ed epoche trascorse: il passato viene cancellato o forzosamente attualizzato, e se sopravvive un alone di passato è solo come colpa e rimorso, di cui scusarsi e da cui fuggire; o come minaccia, ritenendo che dal passato possano rigurgitare solo gli orrori (e solo alcuni).

Provate a togliere anche a una persona l’aspettativa del futuro e la memoria del passato e vedete cosa resta della sua umanità, del suo pensiero e del suo modo di affrontare gli eventi. Immaginate se questo succede a un popolo, anzi a più popoli. È il Gran Reset che ci riduce a sudditi del presente e adoratori a tempo indeterminato di quel che è vigente.

La reductio ad Dracum, ossia la riduzione a Draghi, nasce in questa situazione. Per questo ci inquieta, al di là di quel che possiamo pensare del dott. Mario Draghi e del suo ruolo di premier in questo frangente. Il pericolo non è Draghi ma il vuoto che c’è intorno a lui e oltre lui.

MV, La Verità

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