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«Il cordone intorno a Renzi? L’ho spiegato. Ma rivendico il diritto all’astensione»

Parla il direttore del periodico di Magistratura democratica: «Se un cittadino ritiene che i quesiti siano astrusi, mal posti o ingannevoli può non recarsi alle urne senza nutrire alcun senso di colpa»

A colloquio sui quesiti referendari promossi da Lega e Partito Radicale con il dottor Nello Rossi, direttore del periodico di Magistratura Democratica, Questione Giustizia.

Lei domenica andrà a votare per i referendum sulla giustizia? E saranno cinque No?

È così. Ma sarà una scelta personalissima dettata più dal sentimento che dalla ragione. Se un cittadino ritiene che i quesiti siano astrusi, mal posti o ingannevoli può non recarsi alle urne senza nutrire alcun senso di colpa, sapendo che anche in questo modo “partecipa” correttamente, e in piena conformità alla Costituzione, alla vicenda referendaria.

Su Questione Giustizia ha scritto che l’astensione è una «opzione pienamente rispondente alla logica propria del referendum abrogativo disegnato dalla Costituzione». Praticamente ha schierato il no e l’astensionismo.

Suvvia, quando scrivo un articolo non schiero niente e nessuno. Ho solo letto le norme. Nel prevedere che il referendum abrogativo è valido “solo” se partecipa alla consultazione la maggioranza degli aventi diritto al voto, l’art. 75 della Costituzione dice che il referendum deve essere “vivificato” da una genuina ed ampia partecipazione popolare alla consultazione referendaria. Solo a questa condizione è un vitale e prezioso strumento di democrazia diretta. Altrimenti è un referendum nato morto.

I promotori hanno denunciato un muro di silenzio sui referendum. L’Agcom ha ammesso la violazione della par condicio. Non crede che la stampa debba mettere i cittadini nelle condizioni di “Conoscere per deliberare” come diceva Luigi Einaudi?

Difficile mettersi d’accordo su “quanta” e “quale” informazione sia necessaria su di un referendum. Per la verità in questa campagna sento più slogan che argomenti. Non vorrei però che la denuncia del presunto silenzio serva a mettere le mani avanti per giustificare un mancato quorum e per rivendicare comunque il numero dei “si” come un decisivo successo. Francamente sarebbe un mezzuccio.

Un quesito molto attenzionato è quello sull’abuso della custodia cautelare. Secondo gli ultimi dati del Ministero ci sono in carcere 8355 detenuti in attesa di primo giudizio e 7280 condannati non definitivi, su un totale di circa 55 mila detenuti. Numeri eccessivi?

Attenti alla lettura delle statistiche. In Italia si può essere inclusi tra i “condannati non definitivi “in custodia cautelare anche dopo due sentenze conformi di condanna e con un ricorso in cassazione limitato alla mancata concessione delle generiche. Dunque il dato andrebbe scomposto. Altrimenti la sacrosanta presunzione di non colpevolezza viene strumentalizzata a fini polemici.

Giovanni Guzzetta ci ha detto: «la misura si fonda su un sospetto basato sul sospetto. Vale a dire sul sospetto di reiterazione del reato di chi è solo sospettato di averlo commesso». Che ne pensa?

Una formula elegante. Ma preferisco guardare la realtà. Un solo esempio: i truffatori seriali degli anziani. Se non ci sarà pericolo di fuga ( la latitanza è quasi impossibile e costosissima) né rischio di inquinamento delle prove, come si cautela la società nei confronti di un indagato, raggiunto da gravi indizi sempre per lo stesso tipo di truffa in due o tre procedimenti in corso? Non mi risponda: con un processo rapido e con una condanna definitiva. Questa infatti potrà essere raggiunta solo dopo tre gradi di giudizio e quindi dopo qualche anno. Analogo ragionamento vale per bancarottieri di professione, indagati per una pluralità di reati di corruzione ed altri autori di reati seriali, non commessi con violenza. Se passa il referendum non si potrà adottare alcuna misura cautelare. E, ci può scommettere, i cittadini se la prenderanno con i magistrati.

Secondo il professor Bartolomeo Romano il decreto Severino «contrasta con i principi del giusto processo e della presunzione di non colpevolezza e in qualche modo interferisce con la libera scelta dei cittadini verso i loro candidati, investiti da vicende penali ancora non concluse».

Perché si tace che il referendum mira ad abrogare l’intero testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e non solo la norma ( l’art. 11 del TU) che “sospende” un amministratore locale anche a seguito di una condanna non definitiva per determinati reati? La campagna referendaria è giocata quasi esclusivamente su questo punto mentre non si dice agli elettori che potrebbero essere candidate, a “tutte” le elezioni nazionali e locali, persone condannate “in via definitiva” per reati gravissimi. Aggiungo che se il referendum fosse stato circoscritto, come era possibile, al solo art. 11 del TU avrei votato Sì.

Sul voto di avvocati e professori nei consigli giudiziari MD vota NO. Eppure un suo ex collega ed ex iscritto Md, Paolo Borgna, mi ha detto: «gli avvocati nei consigli giudiziari sono, comunque, una minoranza. E dunque, se uno di loro portasse in quel consesso un atteggiamento di inimicizia verso un singolo magistrato, sarebbe facilmente battuto. E poi perché i magistrati hanno paura dell’influenza del “grande avvocato”, che si potrebbe far portatore di interessi della sua potente committenza, e non invece del leader di una corrente della magistratura, che in concreto ha molta più possibilità di influenzare il consiglio superiore o il consiglio giudiziario?».

Non sono affatto contrario al voto dell’avvocatura, come ho detto pubblicamente anche al congresso dell’UCPI. Solo che la riforma Cartabia, che sarà approvata tre giorni dopo il referendum, prevede una soluzione di gran lunga migliore perché “spersonalizza” il voto degli avvocati mettendo in campo il Consiglio dell’ordine degli avvocati. Si evita così il sempre possibile rischio di “ostilità” e “compiacenze” di singoli avvocati componenti dei Consigli giudiziari. L’approvazione del referendum sarebbe un grave passo indietro.

Il senatore Renzi ha più volte polemizzato con lei sostenendo che in un suo articolo su Questione Giustizia ha invitato a stringere un cordone sanitario intorno alla sua persona e alle sue idee. Una cosa enorme e gravissima, dice.

Da cittadino sono rimasto impressionato dalla visita di Renzi alla corte di Mohammed Bin Salman e dal fatto che per essa avesse ricevuto un compenso. Tanto più che il principe saudita veniva indicato, in un rapporto ufficiale dell’Intelligence americana, come colui che aveva “approvato un’operazione ad Istanbul, in Turchia, per catturare o uccidere il giornalista saudita Jamal Khashoggi”. Per questo ho scritto, testualmente, che l’Italia se vuole rimanere un Paese credibile nel contesto internazionale “deve stringere un cordone sanitario intorno a sortite come quella araba di Matteo Renzi ricordandogli che essere stato presidente del Consiglio comporta oneri anche quando si è cessati dalla carica e che essere parlamentari di una Repubblica democratica non è compatibile – eticamente e politicamente con l’adulazione dei despoti”.

La metafora del cordone sanitario riguardava iniziative analoghe a quella di Renzi e non la sua persona né le sue idee. Non foss’altro perché mi riesce di difficile considerare una “idea” la visita retribuita in Arabia Saudita. In effetti non mi auguro che frotte di parlamentari italiani, seguendo l’esempio di Renzi, si rechino ad omaggiare un despota. Da allora – in innumerevoli interviste, libri e in TV il senatore Renzi ha ossessivamente ripetuto l’espressione “cordone sanitario” non ricordando mai né il testo effettivo né l’occasione né il contesto in cui è stata scritta . Di più: ha addebitato all’intera MD una mia personale valutazione etica, con insinuazioni di ogni tipo sulle sue vicende giudiziarie. Sarebbe meglio che questo fantasioso tormentone lasciasse il posto alla verità.

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