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«Putin vuole restituire prestigio alla Russia e non fermerà la guerra»

Intervista a Sergio Romano, ex ambasciatore italiano a Mosca: «La Nato è andata oltre la sua funzione storica che nel corso degli anni e ha giustificato la sua esistenza. oggi non sono più convinto che l’Alleanza atlantica sia indispensabile»

La guerra in Ucraina ha portato ad una divisione del mondo in blocchi contrapposti, come dopo la Seconda guerra mondiale. Il tutto connotato ideologicamente. Sergio Romano, ex Ambasciatore d’Italia a Mosca ai tempi dell’Unione sovietica, storico, saggista e commentatore del Corriere della Sera, evidenzia che stanno prevalendo le ambizioni personali di Putin nei confronti delle quali gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Unione europea intendono porre con tutti i mezzi un freno. In questo scenario parlare di democrazia contro sovranismo non è sbagliato.

Ambasciatore Romano, mentre il Segretario generale delle Nazioni Unite era a Kiev i russi hanno bombardato la capitale dell’Ucraina. Una provocazione? Un gesto dimostrativo? Una ulteriore prova di forza?

Per comprendere quello che è accaduto basta dare un’occhiata a quella che è stata nelle scorse settimane e negli scorsi mesi la politica di Putin. Non c’è dubbio che Putin voglia vincere questa guerra e quindi niente, per il momento, potrà fermarlo se non a un certo punto la volontà dei suoi connazionali con i quali sembra avere rapporti piuttosto positivi. In questa guerra non è soltanto in gioco il fondamentale problema se sia possibile permettere ad un Paese di fare una cosa. Qui sono in gioco delle persone che hanno un ruolo dirigente, che vogliono avere un futuro e che temono di perdere questo futuro se non riescono a dimostrare di averlo diretto nel senso da loro desiderato e condiviso da un certo numero di loro cittadini.

Il mondo non è più come lo abbiamo conosciuto dopo la Seconda guerra mondiale? Siamo ritornati a due pericolosi blocchi contrapposti?

Sì, certamente. Ci troviamo di fronte a due blocchi contrapposti che sembrano anche essere, come durante il periodo della guerra fredda, connotati ideologicamente. Qualcuno parla di democrazia contro sovranismo. Per certi aspetti è così. Si ha l’impressione che i fautori del sovranismo in questa fase stiano cogliendo l’occasione per affermare le loro convinzioni antidemocratiche. Quando c’è una guerra, accorrono in un campo o nell’altro quelli che pensano di poter trarre qualche vantaggio dall’essere nel campo dei vincitori. Tuttavia, le cause iniziali del conflitto restano ancora quelle più importanti. La Russia riteneva di poter legittimamente recuperare alcuni dei poteri e una parte del prestigio che aveva realizzato nel mondo negli anni della guerra fredda e anche in precedenza. Stiamo parlando di un Paese che ha vinto due guerre mondiali, che ha salvato l’Europa con la grande vittoria di Stalingrado. È un Paese che ha raggiunto una fisionomia ed un prestigio particolarmente alto. Questa cosa si stava riducendo e la generazione alla quale appartiene Putin era fortemente motivata dall’idea di restituire prestigio alla patria. Possiamo criticare questo approccio, dobbiamo criticarlo, ma è una forma di patriottismo. Questa cosa non ha immediatamente funzionato, perché è stata fatta la scelta sbagliata di cominciare dall’Ucraina. Se vogliamo restituire alla Russia il potere che ha avuto, l’Ucraina deve ridiventare una specie di sorella minore. Non più totalmente indipendente e addirittura collegata a potenziali nemici della Russia, come gli Stati Uniti. Aver puntato sull’Ucraina ha prodotto le conseguenze che conosciamo.

La guerra per procura denunciata dal ministro degli Esteri russo Lavrov e attribuita agli Stati Uniti è solo propaganda putiniana?

Non è soltanto propaganda. Io credo che un nazionalista russo, oggi, e tanti di loro sono in campo, a partire dallo stesso Lavrov, in qualche modo possano persino trarre qualche vantaggio dall’avere come nemico gli Stati Uniti, perché colpiscono il padrone o il Paese che ha quelle caratteristiche ed ambizioni.

Oltre agli Stati Uniti, nella guerra in Ucraina è molto attiva la Gran Bretagna. Questi due Paesi rischiano di sbagliare alcune mosse e al tempo stesso di danneggiare l’Europa?

Gli Stati Uniti non possono guardare in silenzio quanto sta accadendo. Sono ambiziosi. Hanno avuto nel corso delle ultime due generazioni un ruolo direttivo nella politica internazionale. Non sono sorpreso nel momento in cui cercano di conservare il loro ruolo. Quanto alla Gran Bretagna, il problema è un pochino più complicato. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, ha finito di essere un grande impero. Dovette sbarazzarsi dello stesso impero e cercò di trasformarlo in Commonwealth. Dopo la Seconda guerra mondiale, pur avendola vinta, era un Paese in una fase di discesa e ha ritrovato un ruolo internazionale grazie al rapporto molto stretto con gli Stati Uniti. Con gli Stati Uniti la Gran Bretagna può giocare una partita da protagonista o semi-protagonista o comunque molto vicina al protagonista statunitense per ragioni di lingua, di cultura, di tradizioni. La Gran Bretagna vuole recuperare una parte del proprio passato. Se Putin si adopera per riconquistare un ruolo direttivo della Russia nel mondo, la Gran Bretagna fa la stessa cosa con l’aiuto degli Stati Uniti, ma con maggior garbo.

La Nato sta oscurando le scelte politiche dell’Unione europea?

Io ho sempre avuto l’impressione che la Nato stesse, in questo particolare momento, andando molto al di là delle funzioni che aveva storicamente esercitato nel corso degli anni e che in qualche modo avevano giustificato la sua esistenza. Adesso non sono altrettanto convinto che l’esistenza della Nato sia indispensabile. Credo che la fine della guerra fredda avrebbe dovuto rendere la Nato meno necessaria. Credo che in questo contesto si sarebbe dovuta trarre una conclusione. Non lo si è fatto, perché alcuni Paesi, soprattutto minori, ma non in senso negativo, mi riferisco alle loro dimensioni territoriali e al numero di abitanti, ritengono che fare parte della Nato significhi avere un rapporto positivo con gli Stati Uniti. Chi vuole andare nella Nato vuole avere un rapporto con Washington.

È giunto il momento di dotarsi di una difesa comune europea?

Ho sempre sostenuto questa idea anche in momenti molto diversi. Macron, già all’inizio della sua vita politica, si era presentato ai suoi elettori come sostenitore di un esercito europeo. Un approccio che mi sembrava molto promettente. Credo che su Macron qualche affidamento si possa fare. Lui mi è parso un uomo su cui, a un certo punto, per il passaggio da politico a militare nel concetto di Unione europea, si possa contare.

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