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Quirinale, Pd e M5s verso la scheda bianca al primo voto. La “rosa” di Salvini, i veti su Draghi e il nome terzo che nessuno fa (per ora): i motivi dello stallo

Lunedì mattina in agenda un incontro tra Letta e il capo della Lega e un vertice del segretario del Pd con Conte e Speranza. Entrambi gli schieramenti vanno verso la scheda bianca. Una scelta che, nelle parole del capo del Nazareno, sarebbe un’apertura nei confronti del centrodestra. L’impressione è che un accordo politico possa essere a un passo, probabilmente su un nome “terzo”, lontano da tutti i partiti. Si fa strada l’identikit di Elisabetta Belloni

| 23 Gennaio 2022

Chi sarà il successore di Sergio Mattarella? E soprattutto: quando sarà eletto? L’elezione in Parlamento, convocato in seduta comune, sarà lunga ed estenuante come quelle che hanno portato all’elezione di Giuseppe Saragat e Giovanni Leone o lampo come fu per Francesco Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi? Al momento la seconda ipotesi – cioè quella di un’elezione al primo scrutinio – sembra improbabile. Semplicemente perché per eleggere un presidente nei primi tre scrutini serve un quorum dei due terzi dei componenti dell’Assemblea: essendo i Grandi elettori 1009, servono 673 voti. Una soglia impossibile da raggiungere senza accordi tra il centrodestra e il centrosinistra. Ma è lontano, in questo momento, pure il quorum che scatta dopo la terza votazione, cioè 505 voti. Un numero di preferenze che nessuno dei due schieramenti ha in mano a 12 ore dal primo scrutinio: Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia partono da 451 Grandi elettori, l’asse composto dal Pd, dai 5 stelle e da Leu, invece, si ferma a quota 407. Potrebbero essere decisivi i 44 voti di Italia viva, i 57 dei piccoli partiti di centro o i 65 degli ex 5 stelle che sono soprattutto tra il gruppo Misto. L’impressione, però, è che a questo giro non si può eleggere un presidente senza un accordo politico forte. Il problema è che quell’accordo al momento non c’è.

Primo giro in bianco – Il mazzo di carte, in teoria, è in mano a Matteo Salvini, in quanto leader del centrodestra, coalizione che parte dalla maggioranza relativa dei voti. Da settimane il capo della Lega tenta di vestirsi da croupier con scarsi risultati. Il ruolo di kingmaker di Salvini è stato in un certo senso rilanciato da Silvio Berlusconi, che sabato si è arreso all’evidenza e ha ritirato la sua candidatura. In questo senso, il passo indietro del leader di Forza Italia ha sbloccato il centrodestra dell’impasse. In più è arrivata una sorta di apertura da parte di Enrico Letta. Il segretario del Pd ha incontrato i grandi elettori dem e ha detto che alla prima votazione “è molto probabile che voteremo scheda bianca, per dare un segno di disponibilità e apertura all’interlocuzione”. Quasi identica la dichiarazione di Giuseppe Conte nella riunione coi 5 stelle: “Ragionevolmente riteniamo che la cosa migliore domani sia votare scheda bianca”. Nelle ultime ore si era pure discusso sull’ipotesi di votare un candidato di bandiera dell’asse Pd-M5s-Leu: si è parlato di Andrea Riccardi, ex ministro del governo di Mario Monti anche se per Letta (e pure per Conte) non è un candidato di bandiera ma addirittura il “candidato ideale”. “Riteniamo quindi non opportuno nelle primissime votazioni lanciare il nome di Andrea Riccardi. Proprio perché invitiamo altre forze ad un confronto, non è utile ‘bruciare’ subito la candidatura di Riccardi”, ha spiegato Conte ai grandi elettori dei 5 stelle.

Gli attriti (verbali) tra Letta e Salvini, lo spiraglio di Conte – La scelta di votare scheda bianca, in ogni caso, non è definitiva. Sarà ufficiliazzata – se sarà ufficializzata – domattina, alle 11, quando il segretario dem incontrerà Giuseppe Conte e Roberto Speranza. L’ipotesi di votare scheda bianca, tra l’altro, viene valutata in queste ore anche nel centrodestra. Che senso ha? Per il segretario del Pd è solo la prima tappa di “un percorso per arrivare martedì o mercoledì a un nome condiviso da tutti“. Come dire: il centrosinistra aspetta che il centrodestra faccia i suoi nomi. Salvini, però, sembra non aver percepito alcuna apertura nelle parole del numero uno del Nazareno. Il capo della Lega, infatti, si è focalizzato soprattutto su un’altra frase che Letta ha rivolto ai suoi, questa: “Ieri è venuta meno la candidatura di Berlusconi e ciò in un colpo solo ha reso chiarissimo quel che dicevamo. Venuto giù quel nome è caduto l’abbaglio. Ulteriori candidature di centrodestra faranno la stessa fine di quella di Berlusconi. È il metodo che era sbagliato”. Come dire: il centrodestra faccia i suoi nomi, ma che non siano politici. Salvini non ha gradito: “Non puoi sederti intorno al tavolo dicendo che qualsiasi proposta arrivi dal centrodestra farà la fine di Berlusconi. Mi pare di dubbio gusto”. E’ anche per questa divergenza di vedute, forse, se l’incontro tra il segretario della Lega e quello del Pd, ipotizzato per tutto il week end, è stato rinviato a lunedì mattina. Uno spiraglio, comunque, lo apre Giuseppe Conte. L’ex premier ha incontrato i grandi elettori dei 5 stelle e ha spiegato che loro “a differenza di Pd e Leu”, non hanno “remore a considerare una candidatura che venga dal centrodestra, ma diciamo che non è questo il momento di affidarsi a candidati di bandiera”. Come dire: il capo dei 5 stelle prova a qualificarsi come interlocutore del centrodestra. D’altra parte Conte con Salvini ci ha già parlato. “Non voglio fare il mazziere, ma contribuire ad orientare con tutti voi una scelta fondamentale per il Paese – ha aggiunto – Non ci sentiamo di attribuire patenti di legittimità a qualsivoglia forza politica. Ci confrontiamo fermo restando che abbiamo principi e valori che orientano la nostra azione”.

I veti su Draghi – L’impressione, dunque, è che comunque un accordo tra destra e sinistra potrebbe essere molto più vicino di quello che può sembrare. Anche perché entrambi gli schieramenti sembrano aver trovato la quadra su un punto: Mario Draghi deve rimanere a Palazzo Chigi. Lo ha detto sabato sera Berlusconi, ritirando la sua candidatura, lo ha ribadito il giorno dopo Salvini: “Togliere Draghi dalla presidenza del Consiglio sarebbe pericoloso“. Diverse solo nella forma le parole di Letta, che ha rilanciato la proposta di un patto di legislatura che “tenga insieme l’elezione del presidente della Repubblica, l’azione dell’esecutivo e quelle riforme che si possono fare in 14 mesi”. Solo che senza Draghi sarebbe molto difficile arrivare in fondo alla legislatura. Ecco perché Letta da una parte ha ripetuto che Draghi “è una delle ipotesi sul tavolo”, dall’altra ha annunciato che il primo punto del suo incontro con Salvini di lunedì sarà “capire se la loro posizione” sul premier è “ultimativa“. Il secondo punto, invece, sarà un bis di Sergio Mattarella: “Per noi sarebbe la soluzione perfetta, ideale, il massimo”, ha detto il segretario del Pd, anche se il presidente ha escluso a più riprese l’ipotesi di un secondo mandato. Conte, da parte sua, ha ripetuto che “questo governo deve continuare a lavorare. La condizione oggi – ha detto l’ex premier – è di una pandemia sanitaria non meno grave; di pandemia energetica con caro bollette; abbiamo un Pnrr per cui partono progetti e bandi di gara, la reale messa a terra; ci sono 150 decreti attuativi per la Legge di bilancio, c’è da rivedere il Patto di stabilità. Di fronte a questo il primo obiettivo di una politica responsabile è garantire la continuità dell’azione dell’esecutivo”. Difficile che ciò accada senza Draghi a Palazzo Chigi e d’altra parte un cambio di premier adesso provocherebbe una crisi di governo. L’impasse in pratica potrebbe sciogliersi già nell’incontro di lunedì tra i capo del Pd e quello della Lega e parallelamente con il vertice a tre tra Conte, Letta e Speranza.

Accordo vicino su un nome terzo? – Ecco perché, partendo dalla permanenza di Draghi a Palazzo Chigi, adesso basterebbe poco per arrivare a un nome che occupi il Quirinale. Basterebbe che nella sua famosa “rosa di nomi” Salvini inserisca anche qualche profilo “alto”, lontano da tutti i partiti e per questo in grado di mettere tutti d’accordo. In questo senso, nelle ultime ore hanno spiccato il volo le quotazioni di Elisabetta Belloni, da qualche mese al vertice dei servizi segreti con il ruolo di capo del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza con 35 anni di esperienza al ministero degli Esteri. Nominata Capo dell’Unità di Crisi da Franco Frattini, ministro degli esteri del governo di centrodestra. Col centrosinistra sarà capa di gabinetto di Paolo Gentiloni, per poi essere promossa Segretario generale del ministero degli Esteri: incarico mantenuto anche con Luigi Di Maio. Insomma: Belloni ha lavorato con tutti e dunque potrebbe essere votata da tutti. Sarà per questo che nelle ultime ore Giuseppe Conte ha pensato di giocarsi quella carta coi suoi, dopo che il nome di Belloni è stato fatto pure durante gli incontri con Salvini. Seguendo questo ragionamento, dunque, Belloni potrebbe essere il nome buono da eleggere alla seconda o terza votazione, dando per buona la tempistica di Letta. Sarebbe la prima donna, oltre che il primo capo di stato eletto prima del quarto scrutinio. E dopo il primo.

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