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Toni De Marchi, addio a un giornalista allergico al potere e ai privilegi. Dagli scoop su Ustica all’ultima notizia pubblicata sul Fatto

L’ultima notizia l’ha data un paio di mesi fa sulle pagine del Fatto. E il modo in cui l’ha trovata dice quasi tutto di Toni De Marchi, il giornalista scomparso lunedì all’età di 71 anni. Ecco: che uno degli aerei che trasportano le più alte cariche dello Stato fosse stato intitolato a Italo Balbo, De Marchi lo ha appreso leggendo una didascalia a pagina 16 del numero di marzo di Jp4, il mensile di aeronautica che faceva parte delle sue letture abituali. Le armi, la Difesa e i privilegi dei militari sono stati il motore del suo lavoro giornalistico fin dagli anni in cui, su Rinascita, portò a casa lo scoop su Ustica e sui tracciati radar di Poggio Ballone (Grosseto) che rivelavano un affollamento di aerei e caccia sopra il Tirreno la sera del 27 giugno del 1980: affollamento che i radar di Marsala, manipolati, non mostravano. Michele Santoro lo chiamò in tv a Samarcanda a raccontare uno dei tasselli del mistero del DC9. Cinque minuti prima della messa in onda, Sandro Curzi, direttore del Tg3, avvertì della telefonata dei Carabinieri che intimavano i giornalisti di non rivelare segreti militari. Altri giornalisti dapprima snobbarono l’inchiesta e poi se ne appropriarono. Senza mai citare De Marchi. Ma Toni – privo di vanità ed esibizionismo, difetti cari alla categoria – non ha mai portato rancore. La storia di Ustica, anzi, continuava a raccontarla, in nome di quella passione civile che ancora poche settimane fa non lo ha lasciato indifferente di fronte alla scelta dell’Aeronautica di intitolare un aereo di Stato a un gerarca fascista.

Quella di De Marchi è stata una storia di giornalista di sinistra. Paese Sera, Rinascita, l’Unità. Prima e dopo, ci sono pezzi di vita che raccontano il professionista e insieme l’uomo: il lavoro da capostazione a Venezia; l’incontro con uno dei suoi fari del giornalismo d’inchiesta, Tina Merlin, “quella del Vajont”; la sclerosi multipla che lo ha costretto alla sedia a rotelle; la battaglia per la cannabis terapeutica che Elisabetta Pandimiglio ha raccontato nel film “La cena di Toni”, testimonianza anche di quel “circo” colorato di amici, compagni di lotta e colleghi a cui per anni ha aperto le porte di casa sua. C’erano poi le passioni da audiofilo e per la musica classica – il maestro Riccardo Muti apprezzò pubblicamente un suo pezzo sul concerto di Damasco nel 2004 – che lo hanno portato a fondare nel 2010 il magazine digitale in lingua inglese The Absolute Audiophile. Un saggio di estetica musicale e tecnologica riconosciuto da nicchie di appassionati in tutto il mondo. E poi sì, il web: nell’autobiografia con cui si presentava, proprio nella colonna blogger de ilfattoquotidiano.it, diceva di sé: “Nel 1993 ho scoperto il web e creato il mio primo sito Internet e se dicevo che quello era il futuro i colleghi mi compativano”. Di quella compassione, De Marchi non ha mai sofferto. Anzi: ne rideva. Anche quando, da capo del sito de l’Unità, creato insieme a Stefano Bocconetti, ha difeso con forza il lavoro della sua squadra di fronte al nuovo editore, quel Renato Soru che il Pd aveva invano chiamato a soccorrere la storica testata e che lo accusava di non portare abbastanza clic. “Ingegner Soru”, lo apostrofò di proposito, mandandolo fuori dai gangheri, per ricordargli che il mestiere del giornalista non era certo materia per un manager come lui (che tra l’altro ingegnere nemmeno lo era). Un’esperienza messa a disposizione del sito Strisciarossa – una finestra ancora aperta sul quotidiano fondato da Antonio Gramsci – di cui è stato presidente fino a pochi mesi fa.

De Marchi era tanto allergico al potere, quanto capace di esercitarlo con determinazione. Grazie a questo suo “autorevole autoritarismo”, viso burbero e voce possente, unito alla curiosità e all’ironia che non lo hanno abbandonato fino alla fine, Toni è stato un capo capace di allevare una piccola generazione di ragazzi e ragazze che da uno stage nella sua redazione online sono riusciti a trovare il loro posto nel mondo del giornalismo, senza bisogno di portare in pegno cognomi importanti. Ma questa è un’altra storia. E De Marchi non accetterebbe mai che chi scrive ne facesse un fatto personale.

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